La continuazione della storia

Matteo sembrava nemmeno rendersi conto di ciò che aveva appena detto. Chiara rimase immobile, sentendo un vuoto freddo crescere lentamente dentro di sé. Voleva urlare, distruggere, correre nella pioggia scura, pur di non vedere più quell’uomo dagli occhi spenti. — Bene, — disse più calma di quanto si aspettasse. — Visto che ti sei licenziato, goditi il tuo riposo. E anche lei, signora Agata. Io farò solo ciò che riterrò necessario. — È un ultimatum? — sibilò Matteo. — È un fatto, — rispose lei, e si chiuse nella sua stanza. Non dormì tutta la notte. Sentiva la madre di Matteo muoversi in cucina, lui digitare furiosamente sul telefono, e la pioggia battere contro i vetri, insistente e quasi musicale. Al mattino nella testa di Chiara già prendeva forma un piano. Il giorno dopo si alzò presto. Da sotto il letto tirò fuori una vecchia valigia e ci mise documenti, portatile e qualche vestito. Quando usciva, Matteo si stava appena svegliando. — Dove vai? — chiese lui, la voce assonnata, non ancora arrabbiata. — A lavoro. E dopo, all’agenzia immobiliare. Voglio far valutare l’appartamento, — rispose calma. — Cosa?! — si svegliò di colpo. — Che diavolo stai combinando, Chiara? — Quello che avrei dovuto fare da tempo. Sono stanca di vivere tra le tue sfuriate e i debiti di tua madre. 

Vuoi la pace? Eccola. Senza di me. I suoi occhi si spalancarono. Agata, che apparve sulla soglia, esclamò: — Oh mio Dio, non sarai seria! È la casa di famiglia! — È la casa che pago io. E ora decido io, — tagliò corto Chiara e se ne andò. *** All’agenzia la accolsero con gentilezza, le offrirono un caffè e calcolarono rapidamente il valore dell’immobile. La cifra risultò persino superiore alle sue aspettative. Capì che poteva vendere la casa, estinguere i debiti e prendere in affitto qualcosa di più piccolo – ma suo, senza pretese altrui né pressioni. La sera, tornando, trovò entrambi a cena. Matteo taceva, Agata evitava di guardarla. — Ascolta bene, — disse Chiara posando i documenti sul tavolo. — Hai due settimane di tempo. Trova un lavoro o una nuova sistemazione. Non farò più da sponsor all’inerzia. — Mi stai cacciando di casa? — la voce di lui si incrinò. — Ti sto dando una possibilità. Il resto è affar tuo. Lui sbuffò e si voltò dall’altra parte. Dopo qualche giorno iniziò a fare le valigie. La madre restò, sperando che Chiara cambiasse idea. Ma non lo fece. Dopo tre settimane in casa regnava il silenzio. Calmo. Vuoto. Sereno. *** Passarono due mesi. Chiara aveva affittato un piccolo ma accogliente appartamento non lontano dall’ufficio. 

Alle pareti, foto di viaggi, qualche pianta verde, il profumo del caffè al mattino. Aveva imparato a vivere da sola e, per la prima volta, a respirare davvero. A volte, la sera, Matteo le scriveva. All’inizio rimproveri, poi richieste di tornare, poi silenzio. Una volta soltanto — un messaggio breve: «Ho trovato lavoro». Lei sorrise e non rispose mai più. *** In una domenica di dicembre stava comprando un caffè, quando vide in fila un volto familiare — Agata. Vestita con un cappotto grigio e un cappellino sgualcito, la suocera appariva più vecchia, stanca. — Chiara, — mormorò quasi incredula, riconoscendo la sua ex nuora. — Come stai… — Bene, — sorrise Chiara. — Molto bene. — Io e Matteo abbiamo affittato una stanza qui vicino… non è facile, ma resistiamo. Lui sta lavorando a qualcosa di suo, non si arrende. — Bene, — disse Chiara, sorseggiando il caffè. Rimasero qualche istante in silenzio, poi ciascuna riprese la propria strada. Sulla strada cadeva una neve leggera, che si scioglieva sulle maniche del cappotto. Chiara guardò il cielo e sorrise. La sua vita, finalmente, era davvero sua. E per quella libertà, conquistata attraverso il dolore, non avrebbe più pagato nessuno.

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