La continuazione della storia
Sul pavimento della cucina giaceva un grande vaso di cristallo — i frammenti brillavano alla luce delle lampade, come ghiaccio. Agnese stava in mezzo alla stanza, tenendo per mano la zia Lucia. Tutti gli invitati si erano radunati intorno, mormorando e scambiandosi sguardi. L’odore di carne arrostita e vino era soffocante. — Mamma, cos’è successo? — chiese Tommaso, correndo dentro insieme a Elena. — Tua moglie! — gridò Agnese, rivolgendosi a lui senza nemmeno guardare la nuora. — Stavamo solo spostando il vaso e lei ha urlato: “Non toccate! È costoso!” — spaventando Lucia! Le è salita la pressione! Tommaso si voltò verso la moglie, con lo sguardo già pieno di colpa e irritazione. — Elena, potevi essere più dolce? — Non ho urlato, — disse lei piano. — Ho solo chiesto perché toccaste il mio vaso senza chiedere. — Tuo, suo, che differenza fa! — esclamò Agnese. — È tutto condiviso! Di famiglia! Noi abbiamo nel sangue il condividere! Qui sembra un museo! — Sì, — aggiunse Lucia portandosi una mano al petto, — tutto è fragile, tutto ha paura del respiro. Persino la padrona di casa ha paura di vivere, forse! Per un attimo calò il silenzio. Solo i bambini bisbigliavano nel corridoio, e qualcuno rovesciò di nuovo del succo per terra. Elena guardò l’orologio: le dieci e mezza. La musica continuava a suonare sulla terrazza — più forte di prima. — Basta, — sussurrò. — È finita. Elena si avvicinò alla presa e staccò il cavo della cassa. La musica cessò. L’aria divenne densa come pietra. — Ma che fai?! — gridò Chiara. — La gente stava ballando! — Gente? — Elena alzò lo sguardo. — No, Chiara. Questo è un gregge. E il giorno in cui permetterò a qualcuno di trasformare la mia casa in un circo non arriverà mai.
Qualcuno rise nervosamente, qualcun altro spinse la sedia indietro. Agnese levò le mani al soffitto. — Ecco! Ecco cosa fa la solitudine! È matta, Tommaso! Ti ho sempre preso come esempio, dicevo — mio figlio ha una moglie d’oro! E guarda ora! Tutti gli sguardi si posarono su Tommaso. Lui rimase in silenzio, poi serrò i pugni. — Basta, mamma, — disse cupo. — Cosa? — Agnese rimase di stucco. — Basta. Sono stanco. Tutto questo è una follia. Siamo venuti qui con gioia, e abbiamo ottenuto solo litigi. — Guardò la moglie. — E anche tu, Elena, non sei da meno. Invece di, per una volta, lasciar correre. Lei trattenne il respiro. “Lasciar correre” — come se un matrimonio potesse essere lasciato andare così, senza guardare. Tommaso prese una bottiglia di vino e uscì in giardino. I parenti rimasero lì, tra sussurri e sospiri di disapprovazione. — Ecco, — sbuffò Chiara. — Ora si pente di averti sposata… Elena si voltò in silenzio e salì le scale, ignorando le voci e le risate che risorgevano dietro di lei. Al piano di sopra, per la prima volta, lasciò scorrere le lacrime. Calde, mute, come se da esse passasse tutto il dolore accumulato negli anni. Capiva — non si trattava del vaso, della festa, del rumore. Si trattava del fatto che nel loro matrimonio non esisteva più un “noi”. Solo “loro” e “lei”. Dietro si sentì sbattere una porta. Tommaso entrò, odorava di vino e di notte umida. — Elena… — iniziò stanco. — La mamma partirà domani mattina. Gliel’ho chiesto io. — E tu? — la sua voce era calma. Lui non capì subito la domanda. — Io? Resto, certo. È anche casa mia, — disse, evitando il suo sguardo. Elena annuì, e in quel momento capì che dentro di lei non restava nulla. Né pena, né speranza. Solo chiarezza. La notte passò in un sonno agitato. Al mattino, la casa respirava di stanchezza.
Caffè, brandelli di striscioni di auguri, tovaglioli stropicciati. I parenti si radunavano alle macchine, brontolando e salutandosi. Agnese raccolse platealmente la borsa, dichiarando ad alta voce: “Alcuni non sanno apprezzare la famiglia”. Lucia zoppicava teatralmente, appoggiata a Chiara. Elena stava sulla veranda, guardando il cortile con serenità. Dentro — solo silenzio. Tommaso uscì per ultimo. — La mamma è offesa. Dovrai chiedere scusa, — mormorò. — Non dovrò, — sussurrò Elena. — Non ho intenzione di giustificarmi più con nessuno. E non lo farò. Lui la guardò come se vedesse una sconosciuta. — Cosa vuoi dire? Lei passò lo sguardo sul cortile che aveva curato con tanto amore, sulla casa dove ogni dettaglio era stato un sogno comune — finché qualcuno non l’aveva trasformata in un campo di battaglia. — Voglio che ognuno abbia la propria casa, Tommaso. Tu, dove stai bene. Io, qui, dove c’è silenzio. Per un attimo lui parve voler replicare, ma abbassò le mani. Nei suoi occhi lampeggiò non rimpianto, ma sollievo. — Come vuoi. Quando l’ultima macchina sparì oltre il cancello, la casa rimase immersa nel sole e nel vento. Sapeva di erba tagliata, di pioggia e di qualcosa di nuovo — la libertà. Elena percorse il vialetto verso la terrazza. Sul tavolo c’era l’ultimo tovagliolo con la scritta “Buon compleanno” — scolorita, bagnata di rugiada. Lo raccolse, lo accartocciò e lo gettò nel cestino. Poi prese dal frigo una bottiglia di vino bianco, riempiendo un calice. — Alla quiete, — disse, sollevando il bicchiere. In lontananza si udì il rumore di un’auto che se ne andava. Il silenzio riempì finalmente la casa. E in quel silenzio non c’era vuoto. Elena sorrise per la prima volta dopo tanto tempo.