La continuazione della storia
L’autobus in cui salirono era vecchiotto, con sedili screpolati e un motore rumoroso che gemeva ad ogni salita. Laura sedeva accanto al finestrino, aggrappata al corrimano con una grazia tesa, come se fosse su una catapulta. Isabella, di fronte, guardava fuori e seguiva i riflessi del sole sul vetro. Era l’inizio — lento, controllato. Marco sorrideva per cortesia, ma si notava che era a disagio — sua madre, naturalmente, mormorava qualcosa su “livello di servizio” e “risparmi fuori luogo”. Giunti all’albergo — minuscolo, ricoperto di gerani — Laura rimase interdetta. Al posto della reception c’era un bancone di legno, dietro il quale una signora anziana con un caldo sorriso consegnò loro un mazzo di chiavi con numeri incisi a fuoco. — Non avete per caso una suite? — chiese Laura, preoccupata. — Tutte le nostre camere lo sono, — rispose con orgoglio la padrona, senza cogliere l’ironia. Isabella trattenne un sorriso. Nella loro stanza c’erano due finestre, letti coperti da plaid di lana, travi di legno e un leggero profumo di lavanda. E soprattutto — niente aria condizionata, solo un vecchio ventilatore. — Questo non è un resort, è un museo, — borbottò Laura. — Almeno è autentico, — rispose Isabella piano. Il giorno dopo iniziò presto. Prestissimo. Alle quattro del mattino Isabella svegliò tutti — il mercato del pesce non aspetta. Già pronta, con lo zaino sulle spalle, guardava Marco che sbadigliava infilando la maglietta.
Laura, in vestaglia, guardò l’orologio: — Isabella, è uno scherzo? — No. Volevamo vedere tutto, no? Iniziamo con l’autentico. Il mercato li accolse con il rumore e gli odori. Laura cercava di tenere la borsa davanti al viso, allontanandosi dall’odore di pesce, storcendo la bocca quando passavano cassette di polpi e ostriche. Isabella osservava in silenzio — lo spettacolo durò giusto il tempo perché sui loro volti si fissasse un’espressione di stanchezza e repulsione. Ma la colazione con caffè nero sembrò loro deliziosa. Il secondo giorno fu la volta della montagna. La guida camminava leggera, Isabella respirava con calma, godendo della stanchezza piacevole. Marco si asciugava il sudore ma teneva il passo, mentre Laura si fermava sempre più spesso, lamentandosi delle scarpe, della schiena, del sole, dei sassi e della “mancanza di un bagno decente”. Isabella le porgeva solo dell’acqua e alzava lo sguardo verso la cima, fingendo di non sentire. Il quarto giorno — una lezione in un’antica biblioteca. L’aria era calda, piena di polvere, e il professore parlava lentamente, con accento straniero. Isabella prendeva appunti, Laura sonnecchiava stringendo la borsa. Dopo la lezione disse: — Che noia! Potevamo andare in spiaggia! — Quale spiaggia? — chiese dolcemente Isabella. — Siamo tra le montagne, qui si bagnano solo le capre. Quella settimana trascorse densa come miele. Isabella godeva di ogni minuto — non per vendetta, ma per la quiete inattesa che dava sapere di avere il controllo. Laura tentava di comandare, ma incontrava ogni volta un muro di serenità.
Isabella ascoltava, sorrideva, e rispondeva solo quanto bastava. Nessun conflitto — solo una cortesia così perfetta da far perdere l’equilibrio. Alla fine della vacanza, mentre sedevano in un piccolo caffè e il vento agitava i tovagliolini di carta, Laura sospirò: — In fondo, casa è casa. Mi manca la mia cucina. Marco sorrise: — Mamma, non siamo ancora partiti. — Forse domani prendo un volo prima io. Voi restate ancora un paio di giorni. Isabella alzò lo sguardo e finalmente si concesse un sorriso. — Forse hai ragione. Stavamo giusto pensando di restare. Marco rimase sorpreso: — Davvero? — Certo. Ci restano due giorni. Solo noi due. Laura non obiettò. Per la prima volta in tutta la vacanza — silenzio. Partì con il volo del mattino. E quando Isabella e Marco tornarono nella stanza, attorno a loro regnava una pace profonda — quella che hai voglia di toccare. Marco si avvicinò a sua moglie, sorridendo timidamente: — Isabella… forse non ho capito tante cose. Lei si voltò, guardandolo negli occhi, chiari e un po’ smarriti. — Nessuno capisce, finché non lo vive. Lui annuì. Poi, per la prima volta dopo tanto tempo, la abbracciò — senza giustificazioni, senza parole. Al ritorno, all’aeroporto, li attendeva Laura, vivace, elegante, ma con uno sguardo diverso. Parlava più dolcemente, chiedeva persino se fossero stanchi. E Isabella sapeva — aveva ottenuto ciò che voleva. Il modo migliore per far capire i sentimenti a qualcuno è farglieli provare sulla propria pelle. Non era più arrabbiata. Sorrise soltanto, quando Marco disse che la prossima primavera sarebbero andati da soli. Questa volta — senza spettatori.