La continuazione della storia

Il treno partì dolcemente, con lo sferragliare delle ruote che pareva cancellare ogni dubbio sui binari. Marco restò in silenzio, guardando dal finestrino i sobborghi che scorrevano via. Accanto, Clara chiacchierava animatamente al telefono: — “Sì, Lidia, siamo già in viaggio! Sì, con Marco. No, lei non sospetta nulla! Ci godremo finalmente il mare come si deve.” — Rideva, troppo forte, troppo tranquilla. Marco cercava di sembrare concentrato su un romanzo, ma la mente tornava sempre alla stanza d’ospedale, al viso pallido di Elisa. Nemmeno lui sapeva perché fosse partito davvero. Forse per fuggire. Forse per dimenticare. O forse, semplicemente, non aveva avuto la forza di opporsi a Clara. *** La sera, Clara si collegò di nuovo in videochiamata, stavolta dal balcone dell’hotel: sopra di lei volavano gabbiani, sotto si stendeva l’oro del mare. Sullo sfondo, un’immagine della sua cucina, montata come sfondo virtuale. — “Elisetta, cara, sono a casa, sto preparando la minestra. Come stai?” Sul display, la figlia sorrise: — “Bene, mamma. Solo che l’audio è strano… sembra di sentire le onde?” Clara s’imbarazzò. — “Oh, dev’essere il televisore acceso,” — chiuse in fretta la chiamata, ridendo nervosamente. Marco la guardò severo: — Non siete nemmeno capaci di mentire, Clara. — Lascia perdere la morale, — ribatté lei. — Passerà tutto, torneremo e nessuno saprà nulla. Non sapeva che dall’altra parte Elisa vedeva **tutto**. Leone aveva installato un programma che leggeva i metadati delle chiamate: posizione, rumori, persino i riflessi nei suoi occhiali — tutto appariva sullo schermo di Elisa. Vedeva il mare, gli ombrelloni, la hall dell’albergo. 

Ogni loro passo. — Li metteremo con le spalle al muro, — disse Leone allora. — Dimmi solo quanto vuoi spingerti lontano. — Fino in fondo, — rispose piano lei. *** Al terzo giorno del loro “viaggio di lavoro”, Clara posava a bordo piscina, un bicchiere di limonata in mano. — “Finalmente mi sento viva!” — gridava al telefono. Marco, in disparte, cercava di accedere alla posta di lavoro dal computer. Ma invece comparve una scritta: “Il sole brucia – la verità viene a galla.” Lo schermo lampeggiò e il sistema si bloccò. — Cos’è diavolo?.. — riavviò, ma inutilmente. Clara ricevette un messaggio dalla banca: “Confermi il prelievo di 5.000 euro?”. Si allarmò. — “Marco! Qualcosa con la carta!” — “Forse un errore?” — “No, ancora uno! Ancora!” — Lo schermo tremolò, e i conti si azzerarono tutti. Clara impallidì. — È un errore! Dobbiamo chiamare!” — Ma il numero della banca non rispondeva. Sul display comparve solo una frase: “Vi state riposando dalla musona?”. Marco gelò. — “Che significa?” — “Non lo so…” — Clara spense il telefono, tremando. Quella notte entrambi i telefoni cominciarono a ricevere messaggi. La firma — “Sofia”, ma non era lei a scrivere. Il primo video mostrava la stanza d’ospedale, Elisa distesa sul letto che guardava dritto nella camera. 

La voce gelida: “Bello, il mare, vero? Ma non pensate che vi laverà via la colpa…” Poi lo schermo si oscurò. — Mio Dio… — Clara si coprì la bocca. — È uno scherzo? — gridò Marco. — È in ospedale! Non può! La mattina dopo andarono alla reception a chiedere aiuto. Ma sugli schermi del lobby hotel improvvisamente apparvero i loro volti — ripresi dalle telecamere: Clara in piscina, Marco sulla terrazza. Una voce fuori campo ripeteva: “Vi state riposando dalla musona?”. Gli ospiti si voltavano, li indicavano con il dito. Clara urlò, coprendosi la faccia. — Spegnete tutto! — gridava. — Chi ha fatto questo?! Marco afferrò la valigia in preda al panico: — “Andiamo, subito!” Quella notte erano già sul treno di ritorno, nervosi, pallidi. — “Nessuno saprà nulla, capisci? Nessuno. Diremo che non siamo mai partiti!” — ripeteva Clara. Lui restava in silenzio. *** A casa, un silenzio opprimente. I telefoni sul tavolo lampeggiarono insieme — nuovo messaggio. Da Elisa. “Il medico dice che mi dimettono fra due giorni. Non vi preoccupate, mi sto riprendendo bene. Grazie per la premura. A proposito, com’era il mare?”. Clara si sedette tremando. — “Lei sa…” Marco distolse lo sguardo: — “Forse non del tutto. Forse sospetta solo.” Dopo un’ora arrivò un altro messaggio — questa volta audio. Le loro stesse voci. 

La conversazione in ospedale, quando avevano deciso di partire. Clara cadde all’indietro sulla sedia, tenendosi il petto. — Come… è impossibile… Marco mormorò: — “Forse ce lo siamo meritati.” *** Due giorni dopo andarono in clinica. Elisa era seduta accanto alla finestra, pallida ma sorridente. Accanto a lei — Sofia. — Siete già tornati? — chiese tranquilla. — Vi siete riposati bene? Clara non trovò le parole. Marco fece un passo avanti, lo sguardo a terra: — Elisa… io… — Non importa, — lo fermò lei. — Sto bene. Molto bene. Strano, ma dopo l’operazione mi sento viva. E sai una cosa — le medicine aiutano, specialmente quando elimini tutto il superfluo. Li guardò con tale fermezza che Clara fece un passo indietro. — “Ora sì che potrete davvero riposarvi”, — disse, senza rabbia né gioia — solo vuota. Quando Marco uscì dalla stanza, sentì dentro di sé un crollo definitivo. Il telefono vibrò in tasca — messaggio da numero sconosciuto: “Errore corretta.” *** La mattina dopo Elisa uscì dall’ospedale. Leone l’attendeva fuori. — “Allora, ha funzionato?” — chiese. — Perfettamente, — rispose lei pacata. — Ora non potranno mentire nemmeno a se stessi. Il sole colpiva i vetri, il mare lontano sembrava diverso — calmo, indifferente. *** Un mese dopo, nei notiziari locali: la famiglia del businessman Marco Gentili trovata morta nel loro appartamento. Causa — fuga di gas. Sul tavolo, una sola foto — una donna sorridente con la scritta a penna: “Riposatevi.”

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