La continuazione della storia

Stefania rimase sulla soglia, incapace di fare un passo. Tutto sembrava dissolversi davanti ai suoi occhi, come in un brutto sogno. La donna sul letto — giovane, con occhi castani — la guardò con indifferenza e alzò le spalle. Luca cercava di dire qualcosa, ma le parole gli morivano in gola. — Stef, aspetta… — si alzò infilandosi la camicia. — Non è come pensi. — Ah no? — la voce di lei tremava, ma lo sguardo era tagliente. — Cos’è allora? Ti sei messo in testa di fare un tour nella mia vita e hai portato un’ospite a casa mia? Fece un passo verso di lei, ma lei indietreggiò. — Stef, io… è mia madre. — Cosa? — fece lei, pensando di aver sentito male. La donna sul letto sbuffò. — Non c’è bisogno di fare una scenata, Luca, — disse freddamente. — Mi sono solo provata la vestaglia. Non mi avevi detto che la tua fidanzata ha così buon gusto. Stefania rimase di sasso. Sua madre? Nel suo letto? E perché Luca l’aveva portata lì? — Siete… entrati senza di me? — sussurrò. — Nella mia casa? — Volevo solo mostrarle dove vivremo, — cominciò a giustificarsi lui. — Non ti dispiace, vero? Ti avevo avvisata… volevo… — Non mi hai avvisata, — lo interruppe gelida. — E anche se lo avessi fatto — hai portato tua madre nella mia casa e hai creato questo… caos! La stanza le girava davanti agli occhi. Sullo scaffale i libri rovesciati, sul tavolino una bottiglia di vino aperta, sul tappeto i suoi cuscini sparsi. Tutto ciò che aveva costruito con pazienza in due anni, ora sembrava territorio estraneo. — Stef, non fare un dramma, — intervenne la signora Duval, — sono sciocchezze. 

La famiglia deve sentirsi come a casa. — Famiglia? — Stefania rise piano, con un tono spezzato. — Io non sono la vostra famiglia. E non sono nemmeno sicura di volerlo essere. Si avvicinò alle valigie passando un dito sulla serratura. — Sono vostre, queste? — Solo per poco, — mormorò Luca. — Il suo appartamento è in ristrutturazione, e qui la stanza era libera… — Nel mio appartamento? — il tono le si fece sottile. — Sei impazzito? La stanza cadde nel silenzio, solo l’orologio sul muro scandiva i secondi. Poi Stefania sorrise. Un sorriso vuoto, spaventoso. — Avete quindici minuti, — disse piano. — Prendete le vostre cose e andatevene. — Stef, ascoltami… — cominciò lui, ma lei era già nel corridoio. Il vento dalla finestra aperta sollevò la tenda che si mosse come un’ala bianca. Stefania rimase in cucina, sentendo il calore della rabbia che le saliva in gola. Quelle mura non erano più “sue”. Tutto ciò che le dava sicurezza era crollato. Dopo venti minuti le valigie erano sparite. Luca diceva qualcosa alla porta, la pregava di perdonarlo, prometteva spiegazioni. Lei chiuse la porta in silenzio e girò la chiave. Il rumore dell’ascensore svanì in basso, e l’appartamento si immerse in un silenzio tagliente. Stefania non pianse. Rimase solo lì, ad ascoltare il suono del proprio respiro. Il giorno dopo arrivò in ufficio con mezz’ora di ritardo. I colleghi sussurravano, ma lei non fece caso a nessuno. Dentro di lei tutto era bruciato, ma dalle ceneri stava nascendo una strana determinazione. All’ora di pranzo uscì dall’ufficio e compose il numero della sua amica — Chiara. 

— Hai programmi per il weekend? — chiese Stefania. — Solo noia, — rispose l’altra. — Perché? — Voglio cambiare tutto, — disse dopo una breve pausa. — Dall’appartamento al cognome. Mi aiuti? Chiara rise: — Suona pericoloso. Ma ci sto. La sera Stefania si tolse l’anello dal dito. Quell’anello brillante, piccolo, ora le sembrava freddo e estraneo. Lo mise in una scatolina di candele, chiuse il coperchio e lo ripose in un cassetto. Passarono due settimane. I mobili spostati, gli scaffali svuotati, le pareti ridipinte di un altro colore. L’odore di pittura fresca si mescolava a quello del caffè. Della vecchia vita era rimasto solo un libro con un segnalibro — quello che avrebbe dovuto finire quella sera. Il telefono squillò. Era Luca. Guardò lo schermo, poi premette “rifiuta”. Le strade di Milano brillavano di luci serali. Stefania uscì sul balcone, si appoggiò alla ringhiera e respirò l’aria fresca. Il cuore non batteva più all’impazzata. Batteva regolare — per la prima volta dopo tanto tempo. Prese il telefono, aprì la rubrica e cancellò il numero di Luca. Per sempre. Dentro di sé, nel punto dove fino a poco prima ribolliva la rabbia, era apparso un sentimento leggero: una nuova vita. Senza chiavi, senza valigie altrui nel corridoio, senza paura. Solo lei e la sua casa.

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