La continuazione della storia
Un secondo di silenzio si ruppe col pianto dei bambini. Lilia gridò, Samuele si alzò di scatto dalla sedia: — Mamma! — la sua voce tremava. Emma sentì il volto bruciare, un ronzio negli orecchi. Restò immobile, non per dolore, ma per vergogna. Luisa era ferma di fronte a lei, il petto che si alzava e abbassava pesante, il sorriso storto sulle labbra. Marco si alzò lentamente, gli occhi correvano dalla madre alla moglie. — Mamma… — cominciò piano. — Cosa hai fatto… — Non intrometterti, Marco! — lo troncò Luisa. — Ti ho insegnato a non permettere a una donna di oltrepassare i limiti. Deve sapere qual è il suo posto. Emma posò con un gesto deciso il piatto sul tavolo, incrociando lo sguardo del marito — spaventato e impotente, com’era sempre quando la madre prendeva il controllo. — Samuele, Lilia, — disse calma, — salite di sopra, per favore. Prendete i vostri libretti. — Ma mamma… — — Andate, — la voce era di nuovo bassa, ma ferma. I bambini non replicarono; sparirono sulle scale, lasciandosi dietro l’odore della paura. Quando la porta della stanza si chiuse, Emma si rivolse a Luisa. — Mi avete appena colpita. Davanti ai bambini. — Perché te lo sei meritata! — gli occhi dell’anziana scintillarono. — Marco non doveva sposarti. Hai rovinato la sua vita. Non è il suo posto, stare con te! Emma respirò a fondo. Dentro sentì nascere qualcosa — non paura, ma decisione. — Io sono sua moglie. E voi siete sua madre. Avreste dovuto amarlo, non umiliarlo. — Amore? — rise Luisa, una risata breve e roca. — L’amore è debolezza! La debolezza ha creato te, Emma. Guardati! Non sai neanche cucinare decentemente.
Pensi di essere una donna di casa? Sei un niente! Marco crollò su una sedia, il viso tra le mani, come se volesse scomparire. Emma lo fissò. — Marco, dì qualcosa, — la voce le tremava. — Glielo permetti? Silenzio. Solo le gocce del succo scivolavano sulla tovaglia, come sangue su un lenzuolo bianco. — Marco?! — gridò Emma. Lui alzò lo sguardo. Dentro, solo stanchezza. — Lei… non voleva… — Basta! — lo interruppe Emma. — Smettila di giustificarla! Ribaltò indietro la sedia, sfiorandosi la guancia. — Prendo i bambini e me ne vado. Resta pure qui, se vuoi restare per sempre il bambino di casa. Per un attimo, gli occhi di Luisa si accesero ancora, ma Emma non aspettò. Uscì dalla cucina, il cuore battere forte, le gambe tremanti. Sulle scale i bambini la aspettavano, con gli occhi pieni di lacrime. Emma li abbracciò, sussurrò: — Facciamo le valigie. Subito. La stanza dei bambini era accogliente, i giocattoli sparsi ovunque. Emma li raccolse in fretta nella borsa, le mani tremanti. Dal piano di sotto arrivavano i passi di Marco — lenti, incerti. Poi la voce di Luisa, forte, sferzante: — Non seguirla! Capiscilo, ti lascerà appena troverà uno più forte! — Mamma, basta… — Pensi che non la veda, come guarda gli altri? Non è dei nostri! Dovevi sposare Sofia, la figlia del nostro amico! E lei — l’hai solo accolta per pietà, come una disperata! Emma si fermò sulle scale, tenendo Lilia per mano. Ogni parola della vecchia la feriva come un coltello.
— Marco, — disse scendendo di qualche scalino, — è vero? Pensavi davvero questo? Marco tacque. Guardò la madre, poi Emma. Uno sguardo, e tutto fu chiaro. — Emma, — sussurrò. — Io… non volevo che finisse così… — È finita come doveva, — rispose lei, ferma. Scese, superò la cucina. Luisa era appoggiata alla sedia, gli occhi lucidi di rabbia. — Vattene, — sibilò. — E non tornare più. Emma la fissò per un attimo. — Non si preoccupi, non tornerò. Ma un giorno suo figlio capirà cosa ha perso. Aprì la porta. Il vento umido le colpì il viso, il giardino sussurrava tra i rami. Samuele e Lilia le si strinsero addosso. Dietro, silenzio. Poi passi. Emma non si voltò. Marco era sulla soglia, inzuppato sotto la prima neve che cadeva. In mano, un giocattolo dei bambini. — Em… aspetta… Si voltò. I loro sguardi si incrociarono. E tutto — gli anni passati, le serate, i viaggi, i gesti di tenerezza — svanì come vapore sopra il tè. — Ridaglielo — disse lei, indicando la bambola — ne ha bisogno. Io ho bisogno della libertà. Fece salire i bambini in macchina, accese il motore. Marco restò immobile. Luisa li osservava dalla finestra, una sagoma feroce dietro il vetro. La strada conduceva verso l’orizzonte dove le nuvole si diradavano. Nello specchietto retrovisore Emma vedeva solo il proprio volto e due testoline che si appoggiavano alle sue spalle. Il confine tra paura e forza non esisteva più. Dietro restava la casa dove un tempo viveva l’inganno. Davanti — l’ignoto, ma vero, caldo, suo. E per la prima volta dopo tanti anni, respirava libera.