La continuazione della storia

— Signora Beatrice, ho esaminato il suo caso. Le è andata bene — abbiamo ottime possibilità, — disse l’avvocato Alberti, sfogliando i documenti sparsi sul grande tavolo di mogano. Il suo tono era professionale, ma nei suoi occhi si intravedeva una lieve compassione. — Suo marito ha intestato a sé la maggior parte dei beni, ma considerando il patrimonio coniugale, le possibilità di ottenere tutto sono altissime. Lo ascoltavo, guardando fuori dalla finestra la malinconia grigia di febbraio. La gente camminava per le strade, ignara che, dietro una vetrata e il fruscio delle carte, si stesse combattendo una piccola guerra privata. Alberti mi osservava con attenzione. — È sicura di voler andare fino in fondo? Senza accordi, senza tentativi di conciliazione? Annuii. — Se lo merita. Quella sera tornai a casa tardi. Adriano era seduto in cucina, davanti a mezza bottiglia di whisky. Mi guardò con un cipiglio insolito, come se per la prima volta dopo tanto tempo vedesse non la moglie, ma una sconosciuta. — Dove sei stata? — mi chiese. — Dall’avvocato, — risposi calma. Alzò un sopracciglio, accennò a un sorriso, ma privo di leggerezza. — Di nuovo i tuoi drammi, Beatrice? — Stavolta no. Stavolta è la fine. Rimase in silenzio a lungo. Poi, quasi sussurrando, disse: — Emilia ha chiamato. Ha detto che ieri l’hai guardata in modo strano. Hai frainteso tutto. Risi. Troppo forte, troppo sinceramente, perché non percepisse la minaccia. 

— Oh, ho capito tutto, Adriano. Anche meglio di te. Si avvicinò, ma io mi scostai. Ogni centimetro tra noi ardeva di tensione. Il suo viso ebbe un fremito nervoso — per la prima volta vidi in lui non l’uomo d’affari sicuro di sé, ma qualcuno che perdeva terreno sotto i piedi. — Non potrai vivere senza di me, — disse piano. — Prova a convincerne il giudice, — risposi e uscii dalla cucina. Le settimane successive furono come una partita a scacchi. Ogni mossa — calcolo, ogni incontro — una scena teatrale. Raccoglievo documenti, estratti conto, lettere, persino registrazioni con le sue vecchie “colleghe”. Alberti era freddo e metodico. Io — precisa come un chirurgo. Poi, poco prima dell’udienza, Emilia apparve davanti alla mia porta. Senza preavviso, senza telefonare. Stava lì, con i capelli perfetti e la stanchezza negli occhi. — Non sono venuta per lui, — mi disse. — Non mi interessa più. Ma devi sapere: ha trasferito dei soldi all’estero. Molti. — Grazie, — risposi chiudendo la porta. — Ma non intrometterti più. Il giorno dell’udienza sentivo l’adrenalina pulsare nelle tempie, come se fossi su un ring e non in tribunale. Adriano arrivò sicuro di sé, con una nuova avvocatessa al fianco. Mi lanciò uno sguardo rapido — nessun rimorso. 

Ma dopo un’ora, tutto cambiò. Documenti, email, conti bancari — tutto finì sul tavolo del giudice. E quando Alberti disse: «Ecco le prove dei trasferimenti verso conti offshore», vidi l’istante esatto in cui il suo viso si spense di paura. Dopo l’udienza si avvicinò. Sul volto — l’ombra dell’uomo che avevo un tempo amato. — Perché, Beatrice? Potevamo finirla in modo più semplice. — Questo è il modo più semplice, — risposi. Quella sera tornai in una casa vuota. Sul pavimento giaceva un cinturino dimenticato del suo orologio, sul comò — il riflesso immobile di due bicchieri. Sospirai, sentendo non sollievo, ma un silenzio a cui dovevo abituarmi. Dopo alcuni giorni preparai la valigia e partii verso il mare. In un caffè sul lungomare, seduta con una tazza di caffè, guardai il sole disperdersi tra le onde. Il telefono vibrò. Un messaggio da Alberti: «Caso chiuso. Tutto suo.» Sorrisi. Cancellai lentamente il suo numero, spensi il telefono e, per la prima volta dopo otto anni, respirai a pieni polmoni. Al tavolo accanto una coppia rideva, tenendosi per mano. Li osservai, sorridendo appena. Che l’amore per qualcuno sia un gioco, per altri una distruzione. Io, invece, ho una sola regola: niente più giochi. Solo libertà.

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