La continuazione della storia

La testa di Emma oscillava da un lato all’altro. Ogni respiro era una fitta di dolore. Il mondo si restringeva al caldo soffocante e ai due piccoli volti che piangevano senza sosta. Emma cercò di alzarsi, ma il corpo non le rispondeva. Le si offuscò la vista, le mani tremavano. Sapeva che, se non si fosse sdraiata, sarebbe crollata. Il telefono lampeggiò: risposta di Luca, il marito. «Dammi l’indirizzo dell’ospedale, chiamo degli amici a Milano perché qualcuno passi da voi. Resistete». Le dita di Emma si muovevano a fatica, ma scrisse l’indirizzo e lasciò cadere la testa sul petto. Nelle orecchie un sibilo incessante. Passarono alcuni minuti, o forse un’ora. Il pianto cessò. Emma si risvegliò nel silenzio e capì di essersi addormentata seduta sul pavimento. Le bambine dormivano nella culla, tremolando nel sonno. Tutto intorno era silenzioso. Troppo silenzioso. Neppure il vento si muoveva fuori dalla finestra. Si alzò a fatica, la debolezza le faceva pesare ogni gesto, e raggiunse la cucina. L’acqua nel bollitore era fredda, sulla tavola una tazza a metà con miele solidificato. Accese la luce, e in quel momento il telefono squillò di nuovo. Sullo schermo: «Maria». Emma lo guardò come fosse un oggetto estraneo. Poi rispose. — Emma, come stai? — la voce della madre era tesa, senza la solita condiscendenza. — Mi ha scritto Luca. Hai quaranta di febbre? — Incredibile. Lui ci ha messo meno di te a capire che non stavo scherzando — disse Emma con voce secca. — Non cominciare. Non pensavo che fosse così grave. Sto uscendo ora. 

— Non serve — disse Emma, fissando il buio fuori dalla finestra. — Ormai non importa più. — Cosa vuol dire “non importa”? — la voce della madre tremò. — Sai, mamma, mi è tornato in mente quando la nonna è caduta in cucina. Neanche allora sei riuscita ad arrivare in tempo in ospedale. Eri sempre di corsa. Forse nello stesso modo in cui corri adesso. Dall’altro capo si udì un rumore, come di tacchi sul pavimento. — Emma, basta. Sto arrivando. Mi stai spaventando. Hai le bambine con te. Emma accennò un sorriso, ma il suono che uscì fu più un singhiozzo. — Ti spavento? Strano che solo adesso io smetta di essere per te una “ragazza adulta”. Sai, quando una persona è disperata, non ha bisogno di lezioni sulla maternità, ma solo di qualcuno accanto. Solo… accanto. — Si lasciò cadere lentamente sulla sedia. — Emma, mi senti? Ho chiamato un taxi, resta in linea! — la voce di Maria si spezzò. — Dio mio, resisti! Emma non fece in tempo a rispondere. Il mondo diventò morbido, sfocato. L’ultima cosa che sentì fu il vagito di una bambina nella stanza accanto. Cercò di alzarsi, ma davanti agli occhi esplosero cerchi bianchi, e perse conoscenza. Quando si svegliò, nella casa c’era rumore. Attraverso la nebbia del sonno vide la madre china su di lei, pallida, i capelli scompigliati. In mano un termometro, accanto una tazza rovesciata, l’acqua sparsa sul pavimento. — Emma! Dio mio, svegliati — Maria le accarezzava la guancia con febbrile agitazione. — Ho chiamato l’ambulanza, andrà tutto bene — la voce le tremava, senza più il minimo accento di sicurezza. Emma cercò di dire qualcosa, le labbra a malapena si muovevano. — Non andare via… — Non me ne vado, sono qui — rispose subito la madre, ansimando. — Perdonami, mi senti? Perdonami, sono stata orribile. Credevo fosse giusto vivere per me, ma non avevo capito quanto si possa perdere tutto in un istante. 

Emma chiuse gli occhi. Le lacrime, rimaste a lungo nascoste, le scivolarono sul viso. «È venuta», pensò. Poi, tra il rumore dei passi e le sirene da fuori, il mondo si dissolse in una luce bianca. … Seguì l’ospedale, il gelo dell’infusione, l’odore pungente dei medicinali. Emma si risvegliò dopo un giorno. Accanto a lei, le due bambine dormivano, trasferite da casa, e la madre sedeva alla finestra. Maria sembrava invecchiata di dieci anni, gli occhi arrossati, il viso senza trucco. In mano teneva un piccolo calzino da neonata. Emma si sollevò un poco. — Mamma… Maria alzò lo sguardo. Sul suo volto non c’era più traccia della solita sicurezza. — Sono rimasta qui tutta la notte — disse semplicemente. — Luca arriva domani. Andrà tutto bene. Ci serve solo un po’ di tempo. Anche a me. — Abbassò gli occhi. — Sai, non sono affatto coraggiosa come credevo. Quando mi hai detto che stavi male, ho capito quanto sia facile perdere ciò che conta davvero. Emma la guardò a lungo, in silenzio. Le parole le si fermavano in gola. Poi, d’istinto, le tese una mano. Maria la prese tra le sue e la strinse forte. Dalla finestra aperta entrò una brezza leggera, portando con sé il primo profumo di pioggia di primavera. Il mondo sembrò fermarsi un momento, per permettere a due donne, dopo tanti anni, di stare semplicemente insieme. Fuori, le luci della città si accendevano lentamente, ed Emma, guardando sua madre e le figlie che dormivano, capì che nonna Amelia, forse, le avrebbe perdonate entrambe. E che la cosa più difficile non è la malattia né la stanchezza. La cosa più difficile è imparare a portare l’amore non con le parole, ma con i gesti.

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